A PARTIRE DALL'EDIZIONE 2010 I MATERIALI DELLA "RASSEGNA SALVI" SARANNO PUBBLICATI sul portale web SASSOFERRATOCULTURA.IT ... [ visita ora ]
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
   
 
 
La biografia: luci e ombre

Cosa sappiamo effettivamente della biografia di G. B. Salvi? Poche cose per quanto concerne la sua gioventù: nato a Sassoferrato nel 1609 e non nel 1605 come è stato a lungo creduto, apprese i primi rudimenti dell'arte pittorica dal padre Tarquinio, autore fra l'altro di affreschi di un certo valore realizzati per alcuni conventi della città.
La tradizione individua nel Domenichino, citato fra l'altro dal Lanzi, il suo maestro.

Noi comunque non possiamo affermarlo con certezza, come del resto non sappiamo esattamente se il Sassoferrato seguì l'artista bolognese a Napoli, città dove probabilmente conobbe Francesco Cozza e dipinse l'Adorazione dei Pastori oggi esposta al Museo Capodimonte.

Le poche copie che il Sassoferrato ha realizzato delle opere del Domenichino, non possono certamente convalidare la supposizione precedentemente fatta, in quanto il Salvi, nel corso della sua lunga ed intensa carriera, si è ispirato ai modelli più vari e disparati. Al contrario sembra più probabile che il Salvi abbia effettuato da giovane diversi soggiorni a Perugia, il che non ci sorprende, considerata la vicinanza tra Marche e Umbria.
Sulla base di questa ipotesi è possibile affermare che sin dal 1630 l'artista avesse allacciato rapporti particolari con i benedettini del potente monastero di San Pietro. Sappiamo con certezza che verso il 1632 l'Abate Leone Pavoni fece realizzare per l'altare della sua cella una copia della Madonna del Giglio dello Spagna, custodita allora in una piccola cappella vicino al convento. La copia che si trova a San Pietro, come del resto quella del monastero di Modena, è attribuita indiscutibilmente al Sassoferrato. I contatti con i benedettini di Perugia si rivelarono, come vedremo in seguito, fruttuosi e utili per l'artista.
La prima prova che conferma la presenza del Salvi a Roma, ci viene data dalla tela commissionatagli per ornare il soffitto della sacrestia della chiesa di San Francesco di Paola, dove il quadro figura tuttora. Il pagamento dell'opera, del valore di sessanta scudi, avvenne in tre versamenti effettuati nel luglio, ottobre e novembre del 1641 (cf. Pollak, 1928, pag. 120).
Si noti che nel 1674 il Titti aveva attribuito erroneamente la tela ad un certo "Gioseppino". Dallo stesso Titti apprendiamo che la Chiesa e il Convento dei Frati Minimi di San Francesco di Paola furono eretti a spese della principessa "Pamphili di Rossano", la stessa che commissionò al Salvi la tela per la chiesa domenicana di Santa Sabina e quella destinata ai Frati Minimi. Il 15 aprile 1642 la nobildonna, di cui abbiamo poc'anzi parlato, gli commissionò un ritratto del valore di otto scudi da inviare a Napoli e l'anno dopo una tela destinata ad ornare la chiesa domenicana di Santa Sabina.
Il compito affidato al nostro artista non era indubbiamente tra i più semplici: si trattava infatti di sostituire una tela di Raffaello, un tempo custodita nella cappella del Rosario (o cappella d'Auxia) che sette anni prima era stata incautamente donata al Cardinale Antonio Barberini. Fino a poco tempo fa si pensava che la Madonna del Rosario, opera nella quale sono stati anche raffigurati San Domenico e Santa Caterina, fosse costata la notevole somma di cento scudi.
Di recente il ritrovamento di un documento inedito d'archivio ad opera di Michel Qlivier, ha ridimensionato sensibilmente questa cifra, fissando il prezzo della tela sui quaranta scudi; comunque sia, il Salvi a soli trentaquattro anni realizzò una delle sue più importanti tele, considerata a ragione il suo capolavoro.

I contatti con la principessa di Rossano continuarono negli anni seguenti. In ogni caso, prima del 1650 costei acquistò o fece acquistare per il suo secondo marito, il principe Camillo Pamphili, tre quadri del Sassoferrato che sono menzionati in un inventario anteriore a questa data e conservato negli archivi di Palazzo Doria. Altre opere verranno acquistate prima del 1666.

A partire dal 1640 il Salvi vive un periodo molto intenso della sua carriera artistica dipingendo molti ritratti, tra i quali quelli di Facchinetti e Rapaccioli entrambi nominati cardinali da papa Urbano VIII nel 1643.
Verso il 1648 l'artista sposa Angela Miccini, una ragazza di circa vent'anni, figlia di Ercole Miccini di Bologna. L'atto non è stato mai ritrovato ma la data del matrimonio è stata ricavata prendendo come punto di riferimento l'età del loro figlio primogenito Francesco. Null'altro si conosce purtroppo della famiglia del pittore.

L'attività dell'artista tra il 1650 e il 1660 è più difficile da analizzare, forse perché il Salvi, a giudicare dalle copie da lui egregiamente realizzate di tre Madonne dipinte da Pierre Mignard (dette anche "Mignardes") ed incise a Roma da F. de Polly, cambiando modello d'ispirazione, mise in discussione la vera paternità della composizione poc'anzi citata. Il resto del decennio è avvolto dal mistero. Da "Stati d'Anime" di San Salvatore di Monti sappiamo che l'artista dal 1657 al 1673 abitò a Roma in via Baccina proprio a due passi dall'Arco dei Pantani, assieme a tutta la sua numerosissima famiglia; scelta questa alquanto strana e singolare, perché così facendo il Salvi si allontanò sia dai quartieri borghesi che da quelli generalmente frequentati dagli artisti. Probabilmente fu spinto a questa decisione da motivi puramente economici.
Fatta eccezione per avvenimenti di natura strettamente familiare (cresima dei bambini, distacco dei più grandicelli dalla casa paterna), non viene segnalato niente degno di nota fino al 1683. Proprio in quell'anno, l'Autoritratto del Sassoferrato, regalato a Cosimo III de' Medici dal cardinale Flavio Chigi di Roma, viene esposto nella Galleria del Gran Palazzo Ducale. Questo fatto sta a testimoniare la considerazione nella quale era tenuto l'artista marchigiano.
Il 29 giugno 1685 G. B. Salvi redige il suo testamento attualmente conservato all'Archivio di Stato a Roma. All'epoca i suoi sei figli sono tutti vivi ed hanno un'età compresa tra trentasei e ventun anni. L'eredità paterna viene divisa in parti diverse.
Senza entrare nei dettagli, si noti che si tratta di porzioni di patrimonio non trascurabili, in quanto comprendono oltre a 635 scudi in contanti ed altri beni mobili, rimanenze di bottega, cioè ventiquattro quadri esaurientemente descritti in un codicillo (prevalentemente Vergini e Madonne con Bambino).
Le opere di cui abbiamo sopra accennato vengono assegnate al figlio Stefano. Ciò ha fatto supporre che il giovane lavorasse nella bottega paterna come semplice copista, poiché il suo nome è restato sempre nell'ombra e non si è mai imposto come quello del suo illustre padre.

L'8 agosto dello stesso anno il Sassoferrato morì a Roma all'età di settantasei anni.
Secondo quanto affermato da F. Zeri nel corso del dibattito svoltosi a San Severino Marche (MC) nel 1986, un documento recentemente trovato attesta che nel 1688 Alessio Salvi legatario universale di suo padre, diede alla sorella Agata che doveva sposarsi con Defendio Zonca, una dote di 200 scudi. Più tardi Alessio Salvi, avendo avuto un solo figlio maschio morto all'età di diciotto anni senza aver contratto matrimonio, regalò alla figlia primogenita Angela, moglie di Filippo Veronici, la collezione dei quadri del Salvi, che nel 1906 i discendenti del pittore vendettero a Roma a 10.000 lire.
Da quella data in poi non sappiamo più nulla delle tele appartenenti alla raccolta Veronici (Batelli, 1944).

Le notizie fino ad ora raccolte non sono sufficienti per scrivere una vera e propria biografia! Cosa sappiamo infatti dell'ambiente familiare e professionale di G. B. Salvi? Cosa della famiglia della moglie Angela Miccini? Chi può dire con certezza quali furono i suoi maestri, quali e quanti viaggi effettuò l'artista, le persone da lui frequentate, i suoi clienti, i prezzi da lui praticati e se effettivamente dopo il 1650 la sua fama si era già consolidata? Ed infine chi si occupò della sua bottega visto che la produzione di Madonne continuò attiva dopo la sua morte? Molte di queste domande troverebbero sicuramente una risposta se in Italia la ricerca di documenti inediti fosse più costante e rigorosa. Da parte nostra siamo convinti che i vecchi registri impolverati e gli archivi notarili non ci hanno ancora svelato tutti i loro segreti!